il Quartiere

Il pastificio Cerere


LA “CERERE”: DOVE IL RAPPORTO FRA ARTE E SPAZIO SI FA STORICAMENTE DETERMINANTE.

L’ex pastificio Cerere è uno dei maggiori esempi di archeologia industriale del quartiere e teatro di uno dei più importanti fenomeni artistici degli ultimi decenni: la Nuova Scuola Romana. Costruito nel 1905, il vecchio semolificio era una delle fabbriche insieme alla birreria Wurer e la vetreria Sciarra, presenti all’interno di un quartiere simbolo del crescente fenomeno di urbanizzazione che attraversa Roma all’inizio del secolo. In piena fase di industrializzazione San Lorenzo era il dormitorio dei lavoratori meno abbienti della città: forza lavoro importata da più parti del Paese e stipata in funzionali, quanto angusti alloggi creati appositamente a scopo produttivistico. Il comune denominatore economico e il mix delle diverse radici culturali portato dalle molte ondate migratorie, generarono un microcosmo caratterizzato da una sempre più precisa identità di quartiere che man mano si rafforzava di fronte alle drammatiche emergenze da affrontare. San Lorenzo cresceva diventando luogo oltre gli schemi e le regole della media e piccola borghesia. Nel primo dopoguerra consolidò la propria identità socio-politica ed economica attraverso l’apertura delle prime sezioni di partito, maturando una forte coscienza di classe grazie alla condivisione di una condizione di sfruttamento e povertà diffuse, nel periodo del ventennio fascista diede uno dei esempi più belli di compattezza ed unità nella lotta al regime che una comunità potesse dare. I tremendi bombardamenti del 1943 segnarono indelebilmente il quartiere. La crisi economica che ne conseguì provocò un ulteriore impoverimento della zona. Le fabbriche serrarono i cancelli, e anche il pastificio Cerere smise la sua produzione e chiuse definitivamente le porte nel 1960, rimanendo in stato di abbandono fino a quando un piccolo gruppo di giovani artisti si accorse di questi nuovi spazi, grandi e luminosi che, in uno strano quartiere, non ancora raggiunto dalla esosità degli affitti del centro, potevano essere un luogo assolutamente ideale per lavorare. Fu negli anni settanta che alcuni giovani usciti dall’Accademia di Belle Arti di Roma, allievi di Toti Scialoja, decisero di ritrovarsi, forse per necessità, forse per inconscia voglia di comunanza, sotto lo stesso tetto, nelle piena affermazione di quella individualità e di quell’eclettismo ereditato dall’operato della Transavanguardia che, neutralizzato il varco tra i diversi stili, la distanza tra passato e presente e i dogmi avanguardistici dell’arte, aveva affermato, che non era più vietato dipingere. Servono nuovi spazi, ambiti meno convenzionali; si cerca la convivenza, si rifiuta lo scontro: i muri servono a sorreggere il tetto e a delimitare gli spazi intorno alle porte. Con il riscatto architettonico di alcuni ambienti dell’edificio si diede il via a quel fenomeno unico nel suo genere che vide progressivamente riunirsi sotto lo stesso tetto una così alta concentrazione di personalità artistiche da fare di quella fabbrica un polo importantissimo per l’arte italiana dell’ultimo quarto di secolo. A partire dai primi anni settanta cominciarono a creare i loro loft Nunzio di Stefano e Giuseppe Gallo e di lì a breve li raggiunsero Gianni Dessì, Pietro Pizzi Cannella, Oscar Turco, Bruno Ceccobbelli, Angelo Calligaris, Martha Boyden , Luigi Campanelli e Marco Tirelli. Grazie al moltiplicarsi di questi ateliers, il quartiere di San Lorenzo cominciò a somigliare sempre più ad una piccola Soho. E “ Ateliers” è il titolo dell’evento che consacra quella che, tra consensi e dissensi interni, verrà chiamata la “Nuova Scuola Romana”: nel 1984 Achille Bonito Oliva stravolge la consuetudini fruitive del museo e della galleria facendo irrompere direttamente il pubblico nello spazio fisico della creazione artistica. Gli ateliers vengono aperti e la comprensione dell’opera si arricchisce di nuovi indizi: la materia, la luce e lo spazio in cui l’opera stessa prende corpo. La realtà del luogo diventò sempre più punto di riferimento della scena artistica romana. Ma fu con la mostra “Una generazione a Roma” curata da Roberto Lombarelli nel 1992 che si ebbe un primo concreto tentativo di teorizzazione del gruppo, facendo scaturire il tormentoso dibattito sulla questione “gruppo o anti gruppo” che ancora anima le discussioni. Passarono gli anni e il fenomeno crebbe: crebbero il numero degli artisti che da tutte le parti del mondo desideravano respirare l’aria di questo edificio di Roma, crebbe il successo collettivo ed individuale dell’arte che sotto questo tetto si produceva. Attualmente Cerere si presenta brulicante di nuovi artisti che sono riusciti ad occupare ogni ambitissimo spazio: oltre agli internazionalmente super consacrati artisti storici come Piero Pizzi Cannella, Giuseppe Gallo, Gianni Dessì, Marco Tirelli, Nunzio e Bruno Ceccobbelli, risiedono e lavorano qui Attardi, Celestino, Florescu, Fumasoni, Melotta, Paoni, Pennestri, Rainaldi, Ravnkilde, Ruffo, Savini, Turco e Valentino. Operano negli studi anche Sabrina Acciari, Danilo Bucchi, Olimpia Ferrari, Marco Tamburo, Elia Sabato, Giovanni di Carpegna, Eugenia Censi, Eugenia Lecca, Paolo Lecca, Francesca Napoletano, Parolina Pernar, Flavia Rebecchini, Gaetano Patanè, Seboo Magone, Mauro di Silvestre, Veronica Botticelli, Jasmine Bertusi, Paolo Assenza. Non mancano, inoltre prestigiose presenze come la “Scuola Romana di Fotografia” diretta da Angelo Calligaris, l’“Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata”, e una raffinata Galleria d’Arte diretta da Pino Casagrande.
Ed ancora, prepotente, la bellezza ed il fascino di un luogo che col passare degli anni diventa sempre più magico e mitico: il fermento si percepisce percorrendo il labirintico susseguirsi di scale e ballatoi, attraverso i quali ci si immerge nella più pura e letterale accezione di fabbrica dell’arte: rumori, odori forme e colori si incontrano e dialogano con strani macchinari industriali che, ancora presenti in una per loro inedita funzione estetica, stanno a rappresentare quella sintesi di forza e bellezza della produzione che, originariamente industriale ed ora artistica, si dimostra necessaria al soddisfacimento di una fame, di una esigenza primaria assolutamente insopprimibile. La presenza di queste forme, ora pressoché scultoree, sta anche a testimoniare che un secolo è passato dal loro originale utilizzo e, proprio a cento anni dalla sua costruzione, nell’ex Pastificio Cerere nasce, sotto la Presidenza di Flavio Misciattelli, “Fondazione Pastificio Cerere”, affermandosi come polo culturale istituzionalizzato, con l’obiettivo di promuovere e rendere fruibile l’enorme patrimonio creativo generato da quello che ormai storicamente viene considerato uno dei più particolari fenomeni aggregativi nel panorama artistico attuale. Attraverso numerose iniziative che vanno dall’istituzione di spazi dedicati all’esposizione permanente degli artisti storici, alla realizzazione di laboratori finalizzati al coinvolgimento degli artisti in progetti ed interventi rivolti alla collettività, ma soprattutto nella continua ricerca e promozione della giovane arte, la Fondazione si pone come dinamico punto di riferimento, vetrina e termometro della situazione artistica. Le mostre e gli eventi diventano punto di incontro per critici, giornalisti, galleristi, e un sempre più vasto pubblico che vede la Cere come struttura di riferimento per chi l’arte la vuole produrre ma anche per chi la vuole conoscere e chi con essa vuole dialogare, soprattutto quando questa viene espressa attraverso infiniti modi e linguaggi: una fabbrica nuovamente attiva, che “sforna” arte a pieno regime.

Il presente articolo è pubblicato per gentile concessione dell’Ass.Cult. Galleria 291 e pubblicato su “ISanLorenzo 2006 – guida ai servizi ed alle attività commerciali”
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